La cedolare secca è un regime di tassazione dei redditi derivanti dagli affitti ad uso abitativo che, a partire dal 2011, consente di detrarre dal reddito Irpef i canoni di locazione incassati, pagando un’imposta sostitutiva del 15% per i canoni liberi. La scelta del regime di cedolare secca spetta normalmente solo al locatore che in questo caso rinuncia alla facoltà di applicare aumenti del canone d’affitto e degli indici Istat.
Cedolare secca: quando conviene?
Ma adottare la cedolare secca conviene? Quando? In genere, aderire a tale regime può essere molto conveniente, soprattutto quando il locatore ha altri redditi sottoposti a tassazione Irpef. Ancora più conveniente la cedolare secca risulta quando i redditi in questione sono diversi dall’affitto. In questo modo, infatti, il proprietario non sarà più soggetto alle aliquote progressive per scaglioni di reddito Irpef con le addizionali regionali e comunali che lo porterebbero, nel peggiore dei casi, a pagare il 43% di Irpef senza le eventuali addizionali.
Cedolare secca: quando non conviene?
Tuttavia, non è tutto oro quel che luccica e non sempre aderire alla cedolare secca conviene. È il caso in cui non si percepiscono altri redditi oltre all’affitto degli immobili che, a causa della mancanza delle detrazioni sulla prima parte del reddito e l’impossibilità di detrarre altre forme di spesa, renderebbero di fatto più conveniente sottostare alla normale tassazione Irpef che, entro certe fasce di reddito, impone un’aliquota più bassa di quella della cedolare secca. Non conviene inoltre nel caso in cui si prevedano aumenti dell’inflazione a causa della mancata possibilità di adeguamento ad essa.
Cedolare Secca, le novità dopo il Piano Casa del ministro Lupi: cosa è cambiato?
Recentemente sono state introdotte delle novità che rendono ancora più conveniente la cedolare secca in caso di contratti a canone concordato: il Piano Casa appena entrato in vigore, ha ulteriormente abbassato l’aliquota per questa tipologia di affitto al 10% per tutto il quadriennio 2014-2017 nei comuni con carenze abitative (Bari, Bologna, Catania, Firenze, Genova, Milano, Napoli, Palermo, Roma, Torino e Venezia e dei comuni confinanti con gli stessi nonché gli altri comuni capoluogo di provincia e nei comuni ad alta tensione abitativa).